US Navy
Task Force 17
Battaglia Aeronavale di Santa Cruz
26 ottobre 1942


Carrier Group
CV:  USS Hornet (CV 8)


ComCruDiv5:

CA: USS Northampton (CA 26), USS Pensacola (CA 24)
CL: USS San Diego (CL 53),  USS Juneau (CL 52)

DesRon2:  (Sims and Benson class destroyer)
DesDiv3 USS Anderson (DD 411), USS Hughes (DD 410)
DesDiv4 USS Mustin (DD 413), USS Russell (DD 414), USS Barton (DD 599)

La Task Force 17
Una Task Force della Marina degli Stati Uniti durante la campagna del Pacifico nel corso della seconda guerra mondiale. La TF17 partecipò a molte importanti battaglie nel primo anno di guerra.
La TF17 è stata inizialmente incentrata sulla poraterei USS Yorktown (CV 5) impegnando le forze navali della Marina Imperiale giapponese in azioni presso le Marshall-Gilberts, Invasione di Lae-Salamaua, Battaglia del Mar dei Coralli e la battaglia di Midway. Proprio in quest'ultima nota battaglia navale la USS Yorktown fu affondata.
La TF17 subito dopo fu ricomposta 
intorno alla "gemella" USS Hornet (CV 8) e al comando dell'Ammiraglio George Murray. La TF17 sostenne le forze alleate durante la Campagna di Guadalcanal.
Ma la battaglia delle Isole di Santa Cruz fu decisiva per la USS Hornet che fu affondata. Dopo questa battaglia la task force 17 ha cessato di esistere e le rimanenti navi (incrociatori e cacciatorpediniere di scorta) sono stati poi assegnati ad altri Gruppi navali.


Tratto da "LA GUERRA DEL PACIFICO" DI B. MILLOT

Era indispensabile, per l'ammiraglio Kinkaid, ristabilire il contatto con le forze navali nemiche. I Catalina lo avevano infatti perduto qualche ora prima a causa dell'oscurità e del tempo nuvoloso. Subito prima dell'alba, verso le 05.00, l'Enterprise inviò 16 Dauntless da ricognizione allo scopo di esplorare tutto il settore ovest. 
Due dei Dauntless scorsero, poco dopo, un Kate giapponese che eseguiva lo stesso genere di missione. Alle 06.17 due piloti individuarono i primi elementi delle forze dell'Ammiraglio Abe e li segnalarono alle 06.30. I due Dauntless rientrarono e incontrarono di nuovo il Kate giapponese da ricognizione, anch'esso sulla via del ritorno.
Nel frattempo, gli altri equipaggi dei Dauntless rastrellavano metodicamente l'oceano e, alle 06.50, altri due aviatori avvistarono le portaerei di Nagumo a meno di 200 miglia dalle forze navali americane.
Mentre le navi giapponesi si nascondevano in una cortina di nebbia artificiale, un gruppo di 8 caccia Zero intercettò i Dauntless e li attaccò. Le mitragliatrici americane riuscirono ad abbattere tre degli assalitori e i Dauntless si rifugiarono in una provvidenziale nube.
Il messaggio di contatto da essi inviato aveva messo in allarme altri due Dauntless, che si diressero sul punto segnalato. Entrambi non ebbero esitazioni e alle 07.40 attaccarono la forza nemica ed ebbero la fortuna di centrare con le loro bombe la portaerei Zuiho. Uno squarcio enorme, dal diametro di più di 15 metri, si aprì sul ponte di volo, rendendola inutilizzabile.
Gli aerei americani riuscirono ad evitare la forte difesa contraerea e la caccia nipponica e si riunirono in formazione per ritornare a bordo dell'Enterprise. Al ritorno, riuscirono ad abbattere anche un Kate da ricognizione e appontarono tutti sani e salvi sulla portaerei.
Nel frattempo, i giapponesi, come è facile immaginare, avevano rintracciato anch'essi le forze americane. Un idrovolante da ricognizione segnalò alle 06.30 circa la posizione della TF-17, la USS Hornet e la sua scorta. Il comando giapponese non perse neanche un minuto, quando alle 06.58, un altro aereo, un Kate, confermò l'individuazione del nemico e, la prima ondata d'assalto nipponica, cominciò dalle portaerei Shokaku, Zuikaku e Zuiho. Alle 07.10, 65 aerei giapponesi, in formazione, già si stavano dirigendo sulle navi americane. Nel frattempo le stesse portaerei nipponiche si preparavano a far partire la seconda ondata. Questa volta la Junyo sostitui la Zuiho, gravemente danneggiata nel frattempo.
L'Ammiraglio Kinkaid, nel frattempo, decise di far partire anche la seconda ondata, senza aspettare il ritorno degli aerei da ricognizione, e alle 08.15, un altro stormo di 16 apparecchi decollò dalla Hornet.
La reciprocità delle intenzioni dei due avversari fece sì che le opposte ondate d'assalto si incrociassero durante il volo.
Si accese un violento combattimento aereo, nel corso del quale la formazione di attacco dell'Enterprise perse 8 dei suoi aerei mentre 3 Zero in fiamme finivano in mare.
Questo combattimento aereo preavvertì, com'è naturale, il Comando delle portaerei americane dell'imminenza dell'attacco. Ogni minuto si fece gravido d'inquietudine: i due ammiragli nemici ricordavano i protagonisti di un duello alla pistola, nel momento in cui si fronteggiano e fanno fuoco. In ogni frazione di secondo che precede l'effetto dei colpi si alternano attimi di angoscia e di speranza. 
Ognuno dei due ammiragli nutriva una serena fiducia nel valore dei propri uomini e dei gruppi aerei e, sembrava, che nessuna pecca esistesse nell'organizzazione di entrambe le difese!
Alle 08.40 i radar delle navi americane captarono l'arrivo degli stormi aerei giapponesi. L'identificazione di questi "bogeys" fu incerta per un momento e ciò era dovuto al fatto che nelle vicinanze si trovavano pattuglie di caccia americani, ma alle 08.57 gli apparecchi nipponici vennero segnalati a sole 45 miglia dalle navi della Task Force.
Le pattuglie dei Wildcat furono indirizzate sul punto del rilevamento e, alle 08.59, venne stabilito il contatto visivo. Il primo gruppo nemico composta da Val, alla quota di 5000 metri, fu intercettato, ma i Wildcat erano stati posizionati, in attesa, a una quota troppo bassa (6600 metri), e soprattutto troppo vicini alle portaerei americane (10 miglia), cosa che portò poi inevitabilmente i combattimenti aerei a svolgersi proprio sopra le portaerei americane!
Tatticamente si trattava di un grandissimo svantaggio, poiché, nella confusione della mischia generale, la difesa aerea imbarcata sulle navi poteva facilmente colpire i propri aerei, mentre piccoli gruppi di assalitori potevano facilmente effettuare i loro attacchi eludendo la contraerea.
I caccia americani fecero del loro meglio e diedero prova di eccellenti qualità di destrezza e di coraggio, ma non riuscirono a intercettare tutti i gruppi frazionati del nemico.
Le portaerei americane, fortunatamente erano pronte, con i ponti sgombri da tutti gli aerei e i circuiti delle tubazioni del carburante svuotato e riempito di gas inerte (CO2): così esse erano garantite contro eventuali incendi.
Verso le 09.00 un piovasco avvolse l'Enterprise nascondendola così alla vista degli aviatori nipponici, ma la Hornet rimase allo scoperto e attirò fatalmente su di se tutti gli aerei giapponesi.
Alle 09.10 i bombardieri in picchiata Val attaccarono in forze e sebbene la difesa contraerea ne avesse abbattuto ancora qualcuno, quasi tutti gli altri riuscirono a portarsi in una buona posizione di attacco.
Pochi secondi dopo, la Hornet fu colpita da una bomba a poppa sulla dritta, mentre altre due cadevano in acqua nelle immediate vicinanze, squarciando lo scafo in vari punti.
Qualche istante dopo, un altro Val, discese in picchiata ma non riuscì a raddrizzarsi; urtò il fumaiolo, sfasciandosi e finendo la sua corsa sul ponte di volo.
Le sue due bombe esplosero aprendo un grande squarcio e provocando un violento incendio alimentato dalla benzina dei serbatoi.
Questi disgraziati incidenti assorbirono l'attenzione delle vedette, le quali non riuscirono ad avvertire in tempo dell'arrivo degli aerosiluranti Kate che giungevano di poppa. La difesa contraerea riportò il tiro su di essi, ma la Hornet non poté manovrare abbastanza in fretta e ricevette, uno dopo l'altro, due siluri, che esplosero al livello dei locali macchine. Questi ultimi furono invasi quasi istantaneamente dal vapore e i macchinisti li dovettero precipitosamente abbandonare. La USS Hornet si fermò iniziando a inclinarsi su di un fianco con un angolo di circa 8° gradi di sbandamento.

USS Northampton and USS Hornet
26 Oct 1942

Immobilizzata, la Hornet divenne una facile preda. per il nemico, che la centrò con altre tre bombe sul ponte di volo. Una di queste, del tipo a scoppio ritardato, attraversò quattro ponti prima di esplodere in un magazzino viveri. Un'altra raggiunse, nelle medesime condizioni, il ponte inferiore, devastando l'interno della nave.
Alle  09.20 l'attacco aveva termine e il cielo rimaneva di nuovo sgombro di aerei. La USS Hornet si trovava in grave avaria e le squadre di sicurezza si  adoperavano con accanimento per salvarla.
Sembrava che non tutto fosse perduto, sebbene gravi incendi infuriassero su tutta la lunghezza della nave e grandi masse d'acqua avessero riempito numerosi locali inferiori. Nel frattempo, gli stormi aerei americani si erano diretti sulle forze navali nemiche e, alle 09.25, proprio il gruppo della USS Hornet avvistò la scorta delle portaerei, incrociatori e dei caccia torpediniere nipponici.
Le unità americane li circondarono, dando battaglia agli Zero della difesa, si scatenò una mischia selvaggia tra gli Zero ed i Wildcat, ma questo consentì ai Dauntless di avvicinarsi e di mandare a segno  tre bombe sulla Shokaku, mettendola fuori combattimento.
Sfortunatamente, gli aerosiluranti della Hornet, come la seconda ondata dei Dauntless non avvistarono la portaerei giapponese e sprecarono i loro ordigni su obiettivi di secondaria importanza, danneggiando soltanto l'incorciatore Chikuma.
Gli stormi aerei dell'Enterprise, già decimati dalla battaglia aerea alla quale avevano partecipato durante il volo, non ebbero maggior fortuna e attaccarono, d'altronde senza successo, la corazzata Kirishima.
L'attacco americano fu un mezzo fiasco perché soltanto una piccola parte degli effettivi statunitensi agirono contro le portaerei giapponesi.
A bordo della Hornet si lavorava sodo e questa accanita attività sembrò dare i suoi frutti verso le 10.00, quando fu possibile ridurre i focolai d'incendio e prevedere di poter rimettere in funzione qualcuna delle caldaie della propulsione.
L'incrociatore USS Northampton ricevette l'ordine di prendere a rimorchio la Hornet, mentre le pompe dei destroyers Russell e Morris, attraccati alle due fiancate, fornivano acqua sotto pressione per combattere gli incendi della portaerei.
La manovra di rimorchio stava per avere inizio, quando, alle 10.00, un solitario bombardiere VaI sferrò un attacco. La sua bomba sfiorò senza danni un cacciatorpediniere, ma ottenne soprattutto il risultato di ritardare la delicata manovra che era stata intrapresa. Questo Val era il primo della seconda ondata d'attacco nipponica, che era decollata dalle portaerei giapponesi alle 08.22.
I 44 aerei scoprirono il gruppo dell'Enterprise verso le 10.00 circa, nel momento in cui quest'ultima stava fronteggiando l'attacco del sommergibile nipponico I-21, che aveva lanciato un fascio di siluri, per fortuna evitati dalla portaerei.
Uno degli ordigni colpì però il caccia torpediniere USS Porter, che dovette essere affondato a cannonate poco dopo. Fu il radar della corazzata South Dakota a rivelare per primo l'arrivo degli aerei giapponesi.
L'artiglierie di tutte le navi americane si scatenarono, facendo di conseguenza strage nei ranghi degli assalitori. Questo muro di fuoco non impedì però a una parte di essi di raggiungere la USS Enterprise: ciò nonostante, soltanto tre bombe la colpirono. La prima esplose a prua, sul ponte di volo; la seconda penetrò fino al terzo ponte ed esplose provocando un incendio.  La terza cadde vicino allo scafo, a poppa, deformando uno degli assi porta-eliche.
Si fecero avanti, allora, gli aerosiluranti e, nonostante le numerose perdite causate dalla caccia e dalla difesa contraerea americana, 14 aerei giunsero in posizione di lancio.
L'Enterprise compì frenetiche evoluzioni e riuscì a evitare tutti i siluri che convergevano su di essa, ma tre centrarono lo scafo dell'incrociatore USS Portland e, solo per un caso miracoloso, gli ordigni non esplosero!
Sull'Enterprise ci si affrettava a riparare i danni al ponte di volo, allo scopo di poter fare appontare gli aerei americani di ritorno dalla missione. Alle 11.21 i velivoli giapponesi partiti dalla portaerei Junyo giunsero sul bersaglio. La difesa contraerea si scatenò ancora una volta, abbattendone 8 e provocando una esitazione della formazione nemica.
Una sola bomba cadde presso lo scafo dell'Enterprise, causando lievi danni. Gli aerei nipponici, respinti dal fuoco di sbarramento della portaerei americana, concentrarono il loro attacco sulla corazzata South Dakota e l'incrociatore San Juan.
Un bombardiere VaI, alle 11.27, centrò la torre di prua della South Dakota con due bombe da 200 chilogrammi, ma causò solo che una scalfittura sulla spessa corazza di protezione orizzontale. Ciononostante, le schegge di questa bomba ferirono mortalmente il comandante della Corazzata il Capitano di Vascello Gatch. La South Dakota, per un breve periodo di tempo rimase senza comando e controllo del timone e, si diresse sull'Enterprise, ma quest'ultima riuscì a togliersi dalla pericolosa rotta di collisione assunta dalla corazzata. La South Dakota riprese poco dopo il suo posto nella formazione.
Nel frattempo, anche l'incrociatore San Juan fu colpito da una bomba che perforò i ponti fino alle stive, poi lo scafo sul lato opposto, per esplodere in mare. Ma il timone era stato danneggiato e bloccato a dritta dal passaggio della bomba e il San Juan si era messo a girare sulla sua dritta. Non vi furono altre conseguenze e tutto rientrò ben presto nella normalità.
L'attacco aereo era terminato e l'Enterprise potè finalmente far appontare i propri aerei, la maggior parte dei quali erano anche a corto di carburante. Verso le 14.00 la portaerei americana lasciò la zona del combattimento.
Nel frattempo, l'incrociatore USS Northampton compiva sforzi considerevoli per tentare di rimorchiare la USS Hornet. Molti tentativi andarono a vuoto, ma, alle 13.30 circa, un grosso cavo da 50 millimetri di diamentro si tese progressivamente e la velocità di rimorchio fu gradualmente portata a 3 nodi. Gli uomini non indispensabili alla manovra furono trasbordati sui caccia torpediniere Russell e Hugues, che ne accolsero 875!
Sarebbe andato tutto bene se, alle 15.15, non avesse avuto luogo un nuovo attacco aereo giapponese. Sì trattava di 12 aerosiluranti partiti dalla Shokaku e dalla Junyo alle 13.15.
La USS Hornet, a velocità ridotta e con manovrabilità molto limitata, costituiva un bersaglio perfetto, eppure fu colpita da un solo siluro che esplose a dritta, in prossimità di un deposito di materiale aeronautico, provocando comunque un ulteriore ingente imbarco d'acqua e, contribuendo, all'inevitabile aumento dello sbandamento, passando così a 14° sulla dritta.
Alle 15.40, altri 3 bombardieri Val attaccarono, ma nessuno dei loro proietti colpì la Hornet. Dieci minuti dopo, 6 Kate effettuarono un perfetto bombardamento orizzontale, centrando con almeno due bombe la portaerei a poppa sulla dritta.
I giapponesi sembravano proprio decisi a volerla fare finita con la Hornet, perché, alle 17.02, un nuovo gruppo aereo della Junyo, composto da 4 bombardieri e da 6 caccia, riuscì a piazzare una bomba che esplose nella rimessa degli aerei. La nave era ormai finita e l'ordine di abbandono nave era già stato dato. Si contarono comunque 111 morti e 108 feriti.
Ma incredibilmente, dopo tanti attacchi aerei giapponesi, probabilmente furono i siluri americani a contribuire all'affondamento della USS Hornet, i cacciatorpedinieri di scorta: Mustin lanciò 8 siluri per "finire" la Hornet, ma soltanto tre la colpirono senza causarle avarie fatali. Alle 19.20 il cacciatorpediniere Anderson gliene inviò altri 8 e solo 6 giunsero a segno! La USS Hornet a questo punto era fortemente sbandata, ma incredibilmente continuava a galleggiare ancora!
Aerei da ricognizione giapponesi segnalarono il fatto all'ammiraglio Kondo e questi decise l'invio del gruppo dell'ammiraglio Abe.
Le navi nipponiche si misero in moto, mentre i cacciatorpediniere americani Anderson e Russell si accanivano contro la Hornet colpendola con più di 430 proiettili, senza riuscire ad affondarla! Alle 20.40 la portaerei ardeva sempre più furiosamente da prora a poppa, ma non affondava....
La notte, era scesa già da tempo, cosa che permise alle navi dell'ammiraglio Abe di scorgere da lontano il bagliore della Hornet in fiamme e, naturalmente, ciò servì a loro da guida.
I cacciatorpediniere americani fuggirono con l'avvicinarsi delle navi giapponesi, lasciando solo l'enorme braciere. L'ammiraglio Abe arrivò poco dopo e, constatato che non gli era possibile prendere a rimorchio la portaerei americana, incaricò due dei suoi cacciatorpediniere, l'Akigumo e il Makigumo, di dare il colpo di grazia alla USS Hornet.
I quattro siluri nipponici sembrarono più efficaci di tutti i proietti e siluri americani, perché poco dopo, l'indomani 27 ottobre 1942 alle 01.35 del mattino, la USS Hornet affondò e scomparve in un enorme risucchio.
La nuova e bella nave, che aveva lanciato nel precedente aprile, l'incursione di Doolittle su Tokio, affondò poco lontano dalle Isole di Santa Cruz.
Nel corso di quella stessa notte, due Catalina tentarono di attaccare la flotta nipponica, ma riuscirono a colpire abbastanza gravemente soltanto il cacciatorpediniere Teruzuki.
La flotta giapponese incrociò circa 300 miglia a nord delle isole Santa Cruz, fino al primo pomeriggio del 27 ottobre, poi si raggruppò per poi navigare verso nord e raggiungere la propria base di Truk.
Nel frattempo, la flotta americana si dirigeva verso Noumea e, all'alba del 27, una disgraziata manovra per evitare un sommergibile nemico provocò la collisione tra la sfortunata corazzata South Dakota e il cacciatorpediniere Mahan. La corazzata rimase danneggiata, ma pote continuare la rotta.
Il gruppo dell'ammiraglio Lee fu anch'esso disturbato dai sommergibili giapponesi e la corazzata Washington evitò di misura i siluri dell'I-15.
L'ammiraglio Halsey non aveva aspettato questi eventi per convincersi che non era il caso di attardarsi in questo settore infestato da sommergibili nemici.
La flotta nipponica si ritirò quindi verso nord con due sole portaerei fuori combattimento: la Shokaku e la Zuiho; ciò le assicurava un vantaggio tattico sugli americani, vantaggio comunque soltanto apparente, dato che i danni maggiori riguardarono soprattutto l'aviazione navale. Infatti, la flotta imperiale aveva perduto un gran numero di aerei e con essi la maggior parte dei suoi migliori piloti/equipaggi.
Le perdite si aggirarono intorno ai 120 uomini, tra i più valorosi che la marina nipponica fosse riucita a mettere insieme appositamente per quell'operazione, radunando i veterani di Midway, andandoli a cercare addirittura nelle scuole di addestramento.
Il Giappone ha dovuto aspettare quasi due anni, prima di poter nuovamente disporre di gruppi aerei efficaci, i quali ciononostante, sarebbero stati privi dell'esperienza e della capacità tattica/operativa di quelli persi durante i combattimenti delle battaglie: Mar dei Coralli, Midway e Santa Cruz.
Questa battaglia si concluse quindi senza che fossero stati ottenuti risultati realmente decisivi. Certo, i giapponesi non avevano annientato le forze navali americane, com'era nei loro propositi, ma la portaerei USS Hornet, la più recente come costruzione, della marina americana, era andata perduta. E tale perdita, in verità, era estremamente grave per gli Stati Uniti, che possedevano ormai una sola nave di questo tipo, e per di più danneggiata, la USS Enterprise.
La situazione era drammatica, poiché nel frattempo, nessuna nuova portaerei stava per uscire dai cantieri navali e l'Enterprise sarebbe rimasta ancora per parecchi mesi la sola grande portaerei americana da combattimento in tutto il teatro operativo del Pacifico.